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Venezia, tutte le location dei Leoni d’Oro italiani

12-08-2022

La Mostra del Cinema di Venezia viene inaugurata nel 1932: in 79 edizioni (compresa quella che si svolgerà quest’anno) 11 film italiani sono stati premiati con il Leone d’Oro per il miglior film.

Negli anni Cinquanta l’Italia iniziava a mostrare al mondo i capolavori del Neorealismo, ma nel 1954 fu Giulietta e Romeo di Renato Castellani ad ottenere il riconoscimento. Il film fu realizzato in tre anni e tra le location, oltre ad alcuni scorci di Verona, dove Shakespeare ambientò la storia d’amore più famosa di tutti i tempi, alcune città d’arte e scorci italiani tra Venezia, Padova, Siena e la val d’Orcia fornirono al film ulteriori ambientazioni.

Solo pochi anni dopo, nel 1959, a trionfare ex aequo sono due film italiani: La grande guerra di Mario Monicelli e Il generale Della Rovere, di Roberto Rossellini. Entrambi i film trattano il tema della guerra, hanno come protagonisti degli antieroi (Sordi e Gassman nel primo e Vittorio De Sica nel secondo), che riusciranno, sul finale, a riscattarsi. La grande guerra ha ambientazioni friulane – tra Venzone e Gemona del Friuli in provincia di Udine – mentre Il generale Della Rovere è girato quasi interamente a Roma e Cinecittà.

Negli anni Sessanta il cinema italiano viene alla ribalta e si assiste all’ascesa di nuovi divi come Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Monica Vitti. Tra il 1962 e il 1966 il prestigioso premio resta nel Bel Paese. Nel 1962 vince Cronaca familiare di Valerio Zurlini: tratto dall'omonimo romanzo autobiografico di Vasco Pratolini, è ambientato tra Roma e Firenze e racconta la storia di due fratelli (Jacques Perrin e Marcello Mastroianni) separati alla morte della madre e riuniti da circostanze familiari; il primo è stato adottato dal maggiordomo di un ricco aristocratico, l’altro è stato allevato in povertà dalla nonna. Zurlini condivide il Leone d’Oro con L'infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij.

Nel 1963 è la volta di Francesco Rosi con il suo Le mani sulla città, un film di denuncia della speculazione edilizia a cui si assisteva in Italia negli anni Sessanta e che ha come protagonista la città di Napoli.

L’anno successivo Michelangelo Antonioni indaga sull’alienazione apportata dalla modernità e dall’industrializzazione con Deserto Rosso, dove una malinconica Monica Vitti è la moglie depressa e tormentata di un industriale e vive in una Ravenna irriconoscibile, disumanizzata: d’un tratto il grigio e i rumori scompaiono, e, come un oggetto estraneo, compare la spiaggia rosa di Budelli, isola dell’Arcipelago della Maddalena immersa nel mare turchese della Sardegna. È solo una fiaba che la donna racconta al figlio.

Dopo il mancato premio nel 1954 per Senso e nella contestatissima edizione del 1960 per Rocco e i suoi fratelli, Luchino Visconti ottiene il massimo riconoscimento veneziano nel 1965 per Vaghe stelle dell’Orsa, ambientato e girato principalmente a Volterra dove Sandra (Claudia Cardinale) torna per l’intitolazione di un parco al padre morto in un campo di concentramento.

La sequenza di film italiani vincitori negli anni Sessanta si chiude con La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, produzione Italia-Algeria ambientato interamente nel paese nordafricano.

Interrotto negli anni Settanta, nel clima di proteste post sessantottino, il Leone d’Oro viene ripristinato nel 1980 ma bisogna attendere il 1988 per vedere trionfare un film italiano: si tratta de La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi: adattamento cinematografico del racconto omonimo di Joseph Roth, ha per protagonista un alcolizzato ex minatore che vive da barbone a Parigi e che riesce a risollevarsi grazie a 200 franchi ricevuti in dono da uno sconosciuto.

Esattamente 10 anni dopo, è il 1998, Gianni Amelio vince con Così ridevano, storia di migranti e di integrazione ambientata in una Torino plumbea e tetra vista con gli occhi di una famiglia del sud.

Nel 2013, la giuria presieduta da Bernardo Bertolucci assegna il Leone d’Oro al film Sacro GRA del regista italiano Gianfranco Rosi: il primo documentario mai premiato alla Mostra del Cinema di Venezia è il viaggio del regista con un mini-van, durato 3 anni, sul Grande Raccordo Anulare di Roma per scoprire i mondi invisibili e i futuri possibili che questo luogo cela oltre il muro del suo continuo frastuono.

(Monica Sardelli)